LA RIVOLTA DELLE BANLIEUES

La rivolta… sotto quali aspetti esaminarla? Ciò che è successo nelle periferie francesi qualche anno fa, e anche qualche mese fa, non può che essere classificato tra gli atti brutali compiuti contro la società e la pace tanto sognata, pur sapendo che si parla di pura utopia. Pensiamo bene alla richiesta offuscata dal fumo delle macchine incediate e dalla “piovra umana” che coi suoi tentacoli ha portato distruzione ovunque si sia riuscita a spingere, persone completamente emarginate in case tanto differenti da sembrare lo stesso incompleto edificio, sguardi aggrappati a tutto ciò che luccica, atti mossi da un solo grido: sopravvivenza. Tutti finiscono in questo mondo: chi non riesce ad inseguire una società che cresce e si arricchisce, un quartiere dove chi è sognatore non può che essere parallelamente un violento. Ed ecco scoppia la guerra. Masse di bende sulla faccia e mazze in mano hanno inondato le strade di drammatici sogni e raccapriccianti immagini di cui i media ci hanno reso partecipi. Per cosa? Cosa cercano con tanto ardore queste sagome informi e dimenticate da Dio? Bisogna subito evidenziare un dato semplice, ma significativo: nella regione parigina le disuguaglianze sociali sono andate progressivamente aumentando a cavallo del nuovo secolo, dando vita ad una struttura sociale estremamente polarizzata e frammentata, come si può notare in particolare dal fatto che nella regione francese economicamente più ricca e dinamica, si rileva il più alto numero di persone con un reddito inferiore alla soglia di povertà. Chi scappa da un inferno per raggiungerne un altro, magari clandestinamente, lasciando tutto e non trovando niente… il problema è sociale e non lo si può nascondere. C’è chi ha parlato di “tolleranza zero”, ma si è ascoltato questo grido di supplica? Ritengo che non possa essere altro se non un modo malsano per urlare al mondo “ci siamo anche noi! Certo non siamo invisibili e ve lo dimostreremo”. Il fenomeno dell’immigrazione sta diventando incontrollato, ma le violenze non si ridurranno con l’eliminazione di ogni vincolo o controllo al fenomeno: bisogna analizzare la questione a fondo e rendersi veramente conto delle opportunità che vengono offerte a chi ha dei sogni, ma poche probabilità di realizzarli.
La disperazione porta ad atti incomprensibili agli occhi di chi ha vissuto sempre avvolto nella bambagia, ma forse il problema base sta nel non accettare differenze di usi e costumi in una società che di certo non si può definire aperta alla multiculturalità. Ma non si può nemmeno discriminare chi di paura ne ha, e molta. D’altra parte, alla luce di un susseguirsi di atti di disperata violenza, come si può sperare nella realizzazione di una società dove il colore della pelle e il buffo accento non siano che la soddisfazione di una curiosità e di una voglia di conoscere il mondo?E’ un come un cane che cerca di mordersi la coda e il tutto per una discriminazione continua da parte di entrambe le sponde di questo fiume in piena che gli argini non riescono più a contenere. Pensiamoci al posto di additare un’eccessiva “abbronzatura” o dall’altra parte di mostrare un timore forse eccessivo. Nascondiamo il grido di sopravvivenza con uno di tolleranza e costruiamo un mondo che valga la pena di essere vissuto al meglio.

Greta Copaloni, Istituto BESTA, Milano

I consigli della redazione

Per approfondire il tema consigliamo la lettura delle interviste a due fra i più prestigiosi intellettuali francesi, i filosofi André Glucksmann e Jean-Luc Nancy:
- http://www.corriere.it/Primo_Piano/Documento/2005/11_Novembre/14/parigi.shtml
- http://materialiresistenti.blog.dada.net/post/215692/Intervista+a+Jean-Luc+Nancy.
Ulteriori approfondimenti sono su http://sociale.notizie.alice.it/estratti/francia1.html e http://www.comune.torino.it/intercultura/s3.asp?p0=70&p1=APPROFONDIMENTI&p2=Documenti&p3=Migrazioni


















 

 

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