LA GIORNATA DELLA MEMORIA: UNA RIFLESSIONE


Come ogni anno il 27 gennaio si celebra la "Giornata della Memoria" per ricordare gli oltre 6 milioni di ebrei sterminati dal nazismo nel corso della seconda guerra mondiale. Si dirà forse che è superfluo da parte mia esprimere un giudizio su un fatto che, evidentemente, si commenta da solo: e, in effetti, il rischio è sempre quello di pronunciare le solite frasi fatte del tipo "Non dobbiamo mai dimenticare" o anche "L'umanità ha toccato veramente il fondo" e via dicendo, che certamente sono vere e sacrosante ma che, ripetute ogni anno a quest'epoca senza un briciolo di coscienza e senza un minimo di riflessione, diventano niente più che una semplice abitudine. La cosa più triste è pensare che la Giornata della Memoria possa essere vissuta da alcuni (anzi, da molti) quasi come un "rito", come una ricorrenza in occasione della quale mettersi a lutto e piangere un po' sulla crudeltà del mondo, salvo poi ritornare il giorno dopo alla solita vita, senza che nulla in noi sia cambiato. Questo è, a mio modo di vedere, il pericolo più grande che minaccia tutti noi: l'indifferenza.
Questa Giornata, al contrario, vuole essere uno stimolo a non restare indifferenti, a non dimenticare, ma non nel senso comune del termine: un uomo, di anno in anno, potrebbe benissimo continuare a ricordarsi che più di 50 anni prima milioni di ebrei sono stati annientati, cancellati nella loro dignità di esseri umani, senza che questo lo sconvolga più di tanto. Invece, la Memoria cui invita il 24 gennaio, a mio modesto avviso, deve andare più in profondità della semplice conoscenza della storia: "fare memoria", in quest'ambito, vuol dire innanzi tutto rendersi consapevoli del fatto che il Male non è un semplice incidente di percorso nel grande viaggio della Storia dell'Umanità, né che Hitler era semplicemente un folle; il Male affonda le sue radici nella parte più recondita dell'animo umano, e questo vale per tutti gli uomini, non soltanto per chi, come Hitler o come il più recente Bin Laden, lo ha tragicamente reso evidente nelle sue azioni. È quello che la Teologia Cattolica definisce come "Peccato Originale": questa "pecca", questo difetto strutturale del cuore dell'uomo che lo spinge potenzialmente a distruggere tutto quello che di buono e di positivo è stato costruito da altri uomini. Questo marchio indelebile non ce lo toglieremo mai, ed è di questo che, secondo me, dobbiamo prendere coscienza il 24 gennaio: il primo modo per combattere il Male è capire che il Male ce lo portiamo dentro; se non si comprende questo, allora anche la Giornata della Memoria diventa solo un'inutile commemorazione come tante altre.
Nessuna costruzione teorica, con la sua falsa pretesa di cambiare l'uomo, lo ha mai salvato dal rischio di compiere il Male (anzi, quelle ideologie che si sono poste il medesimo obiettivo si sono sempre trasformate in totalitarismi), perché solo una posizione veramente "umana", che abbraccia cioè l'uomo così com'è, può farlo.
Proprio per questo motivo la Giornata della Memoria deve essere un invito ad essere "realisti", a riflettere su cosa è l'uomo e sul perché è continuamente tentato di distruggere invece che di costruire; la ragione di questo è dentro di noi, non ci è estranea. In tal senso, sbaglia chi ritiene che solo i nazisti in quanto tali avrebbero potuto fare quello che hanno fatto, poiché trascura volutamente un elemento costitutivo del suo essere uomo. Di conseguenza, la posizione più realista, e quindi corretta, è quella di chi, come il Papa, non fa che ribadire questo dato di fatto ogni giorno, pregando Dio che sia Lui a cambiare il volto dell'umanità, dato che l'uomo da solo non può riuscirci, mentre chi si illude di poter sconfiggere il Male con le sue mani, finisce sempre per compiere una violenza peggiore di quella che vuole combattere.

Paolo Valvo, Liceo Classico BERCHET, Milano

 

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